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giovedì 1 maggio 2014

Il Ponte


“Lei è francese, no?” – un bancarellista a Roma.
“Lei è irlandese?” - un cameriere a Rimini.
“Ma di dove sei? Sei come noi, no?” – due camerieri giovani a Taormina.
Sono statunitense. Parlo italiano perché l’ho studiato a scuola. Come mai? Perché la mia famiglia è italo-americana. No, non l’ho imparato a casa perché i miei genitori non lo parlano. Studio italiano per creare un ponte tra me e i miei antenati, per mantenere la vivacità della cultura e della lingua italiana negli Stati Uniti.

Il mio souvenir preferito dall’Italia è simbolico di questo ponte metaforico e della mia identità ed è una foto che ho fatto dal Ponte Rialto a Venezia. Appoggiata sul muro della mia camera c'è questa foto accanto a un dipinto del Ponte Rialto che ho comprato in una galleria d’arte qua in Pennsylvania. Insieme, per me, questi due elementi rappresentano la differenza tra studiare da una distanza e vivere quello che studio, un concetto che tengo molto vicino al cuore e che spinge i miei studi. Oggi, studio italiano grazie alla passione che mi arriva e corre nelle vene quando ho l’opportunità di parlare la lingua con un italiano e quando mi perdo in un romanzo o in un film italiano. Il mio stimolo per studiare italiano si è trasformato da uno sforzo esterno, la mia famiglia, a questo interno, trasformandomi dalla ragazza che guardava il dipinto sul muro della sua camera alla ragazza che ha scattato la fotografia. Intendo rimanere sempre quella ragazza che controlla la macchina fotografica, seguendo la mia passione per l’italiano e condividendo il mio entusiasmo con altri per via dell’insegnamento.

Gina Marie Mangravite, NY (USA)

lunedì 28 aprile 2014

Come un “ninja”

Ho un hobby un po’ imbarazzante: mi piace leggere e fare la raccolta di fumetti. Quando ho un fumetto tra le mani posso godermi sia la storia sia la grafica, le due passioni dei fumettisti. Ho notato che la maggior parte dei fumetti pubblicati negli Stati Uniti racconta le vicende di supereroi, quindi, quando una sola scelta è disponibile, si desidera qualcos'altro. Per questo motivo, ho deciso di cercare altri tipi di fumetti.
Quando sono stato a Genova l’inverno scorso ho iniziato una ricerca rigorosa di fumetti e fortunatamente non sono dovuto andare lontano perché nella stessa strada del mio albergo c’era una “fumetteria”! Che meraviglia!
A questo punto avevo già realizzato metà del mio sogno, comunque pensavo che la parte successiva sarebbe stata la più difficile: se gli appassionati italiani di fumetti sono simili a quelli americani, questo significa che anche a loro piace discutere ad alta voce di fumetti con tutti, anche con gli sconosciuti, ed in questo caso, con me!
Forse non mi fidavo della mia abilità di parlare in italiano, e dunque non mi sentivo pronto a fare una conversazione in una lingua di cui avevo solo una conoscenza limitata. Come un “ninja”, ho preso silenziosamente alcuni libri, ho pagato in contanti, e sono riuscito a fuggire senza problemi!
Per la prima volta avevo comprato qualcosa che univa i fumetti allo studio della lingua italiana. Ne ho aperto uno e sono immediatamente stato colpito da tutto quello che potevo capire! E se non avessi compreso una parola, avrei potuto controllarla sul dizionario.

Con questi fumetti, ho l’opportunità di migliorare la mia conoscenza dell’italiano nel modo che mi piace tanto!

Andrew Lockard, Maryland (USA)

Il piacere del caffè



Sono un amante del caffè. Lo bevo amaro senza zucchero e senza latte perché mi piace proprio il gusto del caffè. Quando ero in Italia, ero in paradiso! Non importava dove mi trovavo, ma del caffè buono ce n'era sempre.
Come in America, bere il caffè in Italia, è un evento sociale e uno dei miei ricordi più speciali, più importanti è quando mi svegliavo tutte le mattine perché il profumo del caffè girava per la casa arrivando fino all'ultimo piano dove dormivo. Mi alzavo e scendevo in cucina dove mi aspettavano tutti giorni una tazza di caffè e Rosanna, la signora che mi ospitava, la mia “mamma” italiana. Per i successivi venti o trenta minuti stavamo lì a bere il caffè, facevamo colazione e discutevamo dei nostri programmi del giorno o del tempo, delle mie speranze, e delle differenze tra l'America e l'Italia; lei mi dava consigli o informazioni, o stavamo a tavola in silenzio, tranquilli. Ma tutte le mattine eravamo insieme a gustare il caffè. Mi sentivo fortunato, perché la mia “mamma” era anche lei un'amante del caffè. Quando finalmente sono riuscito a comprare una moka per fare il “vero caffè italiano” ero estasiato.
È l'oggetto più importante che ho portato dall'Italia e ogni volta che la uso mi fa ricordare quelle mattine! Il suono del caffè che “passa” e il suo aroma quando lo verso nella tazzina mi rende felice!


Mario Finelli, Maryland (USA)

La torre

Era davvero uno spettacolo: i due ragazzi ammiravano il miracolo dell’edificio che sembrava sfidare le leggi della fisica. Pendeva perfettamente sbilanciata, sospesa, indifferente alla forza di gravità che costringeva i semplici umani a terra.
Gli occhi di Marco rimasero fissi sulla torre, mentre Antonio distoglieva lo sguardo per aggiustare la macchina fotografica. Scattate le foto, guardò il suo amico, che stava con la testa inclinata da un lato.
- Ci sei? - gli gridò.
Turbato, come chi si sveglia da un sogno, Marco gettò uno sguardo minaccioso. Antonio capì il vero motivo di quell’occhiata malvagia: era l’insostenibile peso della sconfitta del suo amico.
- Allora? Che ne pensi, Marco?
Marco guardò di nuovo la torre. Si stupiva dello smalto splendente del marmo che, in quel momento, sembrava brillare di una maggiore intensità. Scrutò le colonne colossali che imprigionavano i suoi occhi. Pensò a tutte le case, chiese e cattedrali che aveva visto fino ad allora, ed era sempre più convinto che non esistesse nulla di simile al mondo. Si vantava di aver visto tutti i più bei monumenti italiani, ma aveva sempre trascurato, non solo la Piazza del Duomo, ma anche questo monumento che rappresentava l’Italia: la torre di Pisa. Era proprio una vergogna, ma decise di non dare la soddisfazione della vittoria al suo amico Antonio.
- Niente! Rispose Marco.
- Niente? – replicò Antonio con un tono incredulo.
Entrambi sapevano che era una bugia.
- Niente di niente!!!! Disse Marco.
Il suo amico rivolse l’attenzione alla torre, dopodiché replicò:
- Non sono mica convinto; anzi, sono proprio sicuro di ciò che dicevo prima. Non esiste sulla terra un altro edificio che rappresenti l’Italia come questo: straordinario, storto, insolito, ricco di storia, inclinato, difettoso, ma dignitoso; insomma, degno d’ammirazione! Ma, visto che non ti interessa, non avrai bisogno della tua foto - Detto questo, apparve sul volto di Antonio un sorriso che segnalò il trionfo.

Prima che Marco potesse parlare, sentì in mano un oggetto familiare, fatto di legno: era una piccola cornice e nel mezzo c’era l’immagine della torre. 

Sankara Kasanje, Maryland (USA)

L’elefantino di ceramica


L’estate scorsa sono andata a Venezia con la mia famiglia, era la seconda volta che visitavamo Venezia. Ci piace molto questa città perché c’è una varietà di cose da fare: visitiamo i musei, guardiamo le gondole, facciamo compere, mangiamo nei ristoranti tradizionali e osserviamo le opere d’arte.
Mentre eravamo in giro per negozi, mio padre ha visto un elefantino di ceramica in una vetrina e, poiché sa che faccio raccolta di elefanti, mi ha chiesto se volevo comprarlo.
L’elefante era in ceramica bianca e nera con venature verdi e blu, la forma un po’ tonda ed aveva solo il profilo dell’elefante, con la proboscide, un occhio, e un orecchio a forma di mezzaluna. Questo elefante è stato fatto con la tecnica Raku. Raku è una tecnica giapponese che ebbe inizio nel sedicesimo secolo. L’elefante era molto delicato ed è stato l’unico souvenir che ho portato a casa. E’ molto significativo per me perché mentre lo compravo, io e la negoziante abbiamo fatto una lunga ed interessante conversazione in Italiano. Mi ha raccontato la storia delle ceramiche Raku ed il significato dei diversi colori. Il souvenir è anche speciale perché è stata la prima volta che mio padre mi ha sentita parlare in Italiano. Era orgoglioso di me!
Ora, l’elefante è sulla scrivania in camera mia e, ogni volta che lo guardo, mi ricorda il mio viaggio a Venezia!

Christina Cuatto Maryland (U.S.A.)

venerdì 5 aprile 2013

Monterotondo Marittimo - Grosseto (Toscana): fede e energia



"Il diavolo arrivato, un giorno, a Monterotondo Marittimo, accorgendosi di quanto buone erano lì le persone, ha cercato di sedurre qualche anima", inizia così il tour con la nostra guida, mentre siamo in autobus. 
Io solitamente, non sono un turista molto attento, ma questa storia mi piace: forse per il lato oscuro anche perché il diavolo non è riuscito a raggiungere il suo scopo e è stato costretto a portare in questa parte di terra un po' di Inferno. A tal proposito i pensieri sono tanti.
Arriviamo al parco delle Biancane e ciò che vedo e sento è veramente surreale: getti di acqua bollente, fumi, vapori e fischi. Le rocce sono bianche, il fango bolle e l'aria odora di zolfo: come nelle leggendarie apparizioni del demonio.
Chiedo alla guida come continua la leggenda, perché una cosa così bella non può essere infernale.
" La gente inizialmente si è spaventata, poi considerando che anche questa era opera di Dio, si è affidata al Creatore che, di fronte a tanta fede, ha dato loro un aiuto per controllare queste forze misteriose, trasformandole in energia".
Bello mi piace: tutto questa energia della fede!

Edgar, Fordham (USA)

mercoledì 27 marzo 2013

Bergamo (Lombardia): Patricia e il cowboy



In un bel angolo di una stradina in cima a Bergamo, dove le vigne incontrano il cielo e le campane delle chiese antiche annunciano l’alba e il tramonto dei perfetti giorni estivi, un uomo, in stivali da cowboy, entrò in un bar, portando con sé un vento che spettinò i capelli di tutte le donne dentro il locale. Ci volle un minuto per rimettere a posto i capelli, ma tutto fu perdonato quando videro come era bello, questo tipo alto, magro. Non sembrava un turista, ma non aveva neanche l’aria dei Bergamaschi. Uno straniero, ma di dove?

Guardò le sedie vuote e finalmente ne scelse una con una vista stupenda fuori dalla finestra. Nonostante scelse una tavola con una vista meravigliosa, si sedette dando le spalle alla bellezza di questo paese storico e indicò un vin santo della lista al cameriere dietro il bar. 

Patricia, che aveva usato la lacca per capelli, risparmiando momenti preziosi, li usò per osservare l’arrivo del tipo bello-alto-magro. Lui non disse neanche una parola. O non parla italiano o non è italiano…allora come mai è arrivato in un posto così oscuro? E come mai stivali da cowboy qui a Bergamo Alto? Spavaldo o sicuro di sé?

Lo sconosciuto strizzò l'occhio a Patricia ed indicò la sedia vuota accanto alla sua.

Patricia sentì che lui sarebbe stato un “problema” non appena lo vide entrare nel bar: “un grande fresco bicchiere d’acqua nel deserto asciutto-caldo”. Ma prima di finire quel suo pensiero, sapeva che non si trattava solo di un proverbio: una tazza di  caldo le avrebbe dato tanta meno angoscia nel cuore.

Come finisce questa storia? Dobbiamo chiedere o a Patricia o a suo marito, un tipo bello-alto-magro.
  
Jeanne
California, USA


giovedì 21 febbraio 2013

Fontanelle di Roccabianca - Parma (Emilia Romagna): Don Camillo e Peppone



All'università il professore di cinema italiano ci ha fatto vedere tutti i film di Don Camillo e Peppone, per farci capire meglio la complessa situazione della politica italiana nel dopoguerra. Così quando la mia ragazza e io siamo venuti a fare il gran tour d'Italia, abbiamo messo tra le nostre destinazioni anche Fontanelle di Roccabianca, nella Bassa Parmense, paese di Giovannino Guareschi.
Abbiamo attraversato, con la Fiat Panda a noleggio, la piatta linea di terra, lungo la riva destra del potente Po e siamo arrivati a destinazione. Il paese è piccolo, ci abitano circa 100 abitanti e in Piazza Grande c'è un busto di bronzo di Peppone.
Quando lo abbiamo visto, abbiamo chiesto conferma a un ragazzo di circa vent'anni, che ridendo ci ha detto che in realtà quello era il compagno Faraboli, fondatore del movimento cooperativo riformista, e ci ha consigliato di andare a "Mondo Piccolo" per saperne di più.
Abbiamo pensato: "questo ragazzo ci sta prendendo in giro", ma quando ci ha spiegato la strada abbiamo capito che "Mondo Piccolo" era un museo.
Nella vecchia scuola, la storia delle lotte sociali, delle prime industrie, delle cooperative, del lavoro delle campagne erano lì documentate e si intrecciavano con le memorie personali di Guareschi e i suoi testi letterari.
Una volta usciti da "Mondo Piccolo" abbiamo respirato ancora quell'atmosfera tutta italiana, semplice e reale e sotto un cielo di un bell'azzurro abbiamo continuato il nostro viaggio.

Nagib, New York (USA)